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La mano dell’angelo: da Sammartino a Luca Nocerino

Intervista a cura di Tonia Ferraro del quotidiano "Lo Speaker"

Dicembre 2013

NAPOLI – Luca Nocerino, 29 anni, napoletano. Figlio d’arte – il nonno cesellatore, il padre scultore -, una storica bottega ai Ponti Rossi, Luca ha raccolto in sé i semi sparsi dalla sua famiglia vivendo l’Arte a tutto tondo: disegna, dipinge, scolpisce, crea gioielli, ma trova anche il tempo per insegnare, perché un vero artista sa quanto sia importante trasmettere alle nuove generazioni.

Luca ha già fatto tante cose; si era già distinto quando frequentava ancora l’Istituto d’Arte “Palizzi”, dove i suoi lavori vennero riconosciuti validi e originali tra tutti quelli degli altri studenti, ha partecipato a collettive, imponendo un suo stile personale; ha collaborato al film Vitriol e al recentissimo docufilm La voce del sangue di Francesco Afro De Falco con la riproduzione in scala reale della celebre opera scultorea dei Giuseppe Sammartino, il Cristo velato della Cappella Sansevero, una copia unica come la stessa statua, visto che assolutamente non ne esistono altre.

Lo Speaker ha incontrato Luca in un freddo pomeriggio, davanti ad una calda, corroborante tazza di te verde al gelsomino e ha chiacchierato un po’ con lui.

 

Com’è nato il sodalizio con Francesco De Falco?

Io e Francesco abbiamo studiato insieme: frequentavamo l’Istituto d’Arte Filippo Palizzi. Poi ognuno ha preso la sua strada: io ho continuato con l’Accademia, lui ha approfondito specializzandosi nel campo cinematografico. Comunque condividiamo la stessa idea dell’Arte, sebbene da un punto di vista differente. Quando Francesco ha preparato i suoi progetti, ha perciò chiesto la mia collaborazione.

 

Cosa hai pensato quando l’amico regista ti disse cosa voleva da te?

Pensai che riprodurre fedelmente la statua del Cristo velato per girare le scene di Vitriol fosse un’impresa impossibile. È uno dei lavori più duri cui mi viene di pensare: non so trovare un paragone della stessa importanza … Quest’opera marmorea era innanzitutto una delle più difficili da copiare, soprattutto per la velatura del Sammartino.

Poi c’erano da superare altri ostacoli, come le dimensioni, la veridicità del modello, la mancanza delle esatte misure della statua …

 

Cosa significa essere figlio d’arte?

Mio padre, Ciro Nocerino, ha una bottega di scultura nella zona antica dei Ponti Rossi, dove c’è l’Acquedotto Romano. Sono nato e cresciuto in questo mestiere, così come mio fratello minore Marco. Già nostro nonno paterno Gennaro era cesellatore …

History - Photo Carlos Freire
History - Photo Carlos Freire

Perciò, nonostante la mia giovane età, sono stato tra persone importanti, con i miei lavori ho partecipato a mostre collettive.

In fin dei conti il Cristo è nato su commissione, ma sono così impregnato d’arte che faccio tante cose di mio: modello, scolpisco, dipingo, creo gioielli, progetto. Mi farebbe piacere citare uno dei miei lavori commissionati da un’imprenditrice di Portici: il Geven Project, un’insieme di sculture da me progettate e realizzate in lega di alluminio con il procedimento della fusione a cera persa, istallate in pianta stabile nella reception della sua azienda, la Geven.

 

Come definiresti il tuo stile?

Durante il mio percorso di studi ho coltivato un mio stile, e, come succede a tutti gli artisti, man mano è evoluto, pur mantenendo sempre la stessa linea. All’inizio la mia linea era figurativa, poi col tempo l’ho sintetizzata fino alle ultime opere. Poi, dalle sculture sono passato ai gioielli, che sono ancora più sintetici. Praticamente sculture da indossare.

Parlaci della tua linea di gioielli.

Intrecci, realizzati con la tecnica della microfusione tipica dell’oreficeria. Gli oggetti sono in argento e in bronzo, lucentissimi, trattati perché questa lucentezza a specchio rimanga inalterata nel tempo. Uso le pietre pochissime volte, perché quello che mi interessa è soprattutto la forma, l’intreccio tra spigoli appuntiti, tanto che spesso diventano difficili da indossare, magari lacererebbero gli abiti: sono più che altro da esposizione, li considero così. Linea che in effetti riproduce quella delle mie sculture.

Parlaci della tua linea di gioielli.

Intrecci, realizzati con la tecnica della microfusione tipica dell’oreficeria. Gli oggetti sono in argento e in bronzo, lucentissimi, trattati perché questa lucentezza a specchio rimanga inalterata nel tempo. Uso le pietre pochissime volte, perché quello che mi interessa è soprattutto la forma, l’intreccio tra spigoli appuntiti, tanto che spesso diventano difficili da indossare, magari lacererebbero gli abiti: sono più che altro da esposizione, li considero così. Linea che in effetti riproduce quella delle mie sculture.

Per un po’ Luca Nocerino si sofferma a gustare il suo tè, lodandone l’aroma: gli ricorda l’odore della campagna dove abita …

Poi ha un pensiero per la sua ragazza, Elena, scultrice come lui: è russa e adora il te: vuole farglielo assaggiare.

Luca Nocerino pittore. Come ti racconti?

Ho dipinto tele sempre sul non-figurativo che riprendono quella che è la mia cifra stilistica: forme che rompono, che spaccano, che s’intrecciano ad altre forme, aculei che le penetrano… È questo il fulcro della mia ricerca personale, che si allontana da quelle che possono essere le diverse commissioni.

Come s’inserisce nel tuo lavoro la ri-creazione del Cristo velato?

Al di là di quello che è, ovvero una commissione, il mio Cristo c’è capitato in mezzo; l’ho realizzata nel 2008, quando sarebbe dovuto uscire il film.

Sebbene sia un artista non-figurativo, mi sono cimentato con una plasticità di tipo accademico. Ed è stata una bella soddisfazione ri-creare nonostante le mille difficoltà un’opera unica, re-inventare quella velatura che fu certo abilità del Sammartino, ma che venne anche esaltata dalla qualità di quel magnifico marmo, dai segni del tempo…

All’epoca avevo circa 23 anni; ero un po’ titubante: un’opera troppo grande, un’impegno gravoso…

Francesco de Falco per convincermi ad intraprendere l’opera mi rassicurava che per il suo progetto cinematografico sarebbe bastata anche una riproduzione approssimativa, quasi un manichino, un oggetto scenografico da inquadrare senza primi piani.

Invece, quando ho cominciato a lavorarci, un po’ la mia natura perfezionista, un po’ mio padre col suo occhio critico – a volte sentivo di avere un supervisore cui dare conto più dello stesso committente e diventavo ansioso – mi spingevano a fare le cose al meglio. Mi svegliavo di notte, facevo sogni strani, ma pian piano la creazione trovava spazio dentro me, diventava sempre più grande, fino a raggiungere quel risultato che me l’ha fatta sentire mia. Una semplice copia si fa col calco: invece quell’opera l’avevo ri-creata, con la mia propria cifra stilistica, la mia identità, perché l’opera è soltanto il medium attraverso il quale si esprime l’artista.

 

 

Ancora oggi conservo il mio Cristo velato con grande cura; vorrei collocarlo in un luogo adatto, ma in verità non riesco a staccarmi dalla mia creatura!

Insegni nelle scuole. È importante per te farlo?

Sono abilitato per l’insegnamento delle Discipline plastiche, e insegno questa materia da cinque anni, anche se non sono di ruolo. È fantastico stare con i ragazzi! Nell’ultima supplenza, ad esempio, in occasione di una lezione, ho mostrato agli studenti di una IV classe, i procedimenti e le tecniche impiegate per realizzare la riproduzione del Cristo velato attraverso i vari step. I ragazzi ne furono entusiasti: era un modo di trasmettere cultura, di insegnare tecniche tradizionali, di far apprezzare i tesori artistici del nostro territorio, e di far capire loro praticamente cosa significava la mia materia, Discipline plastiche, e quali erano gli sviluppi dell’apprendimento di questa specifica tecnica in ambito lavorativo. In questo modo affrontammo l’impiego della scultura nell’ambito cinematografico, perché in quell’occasione andava realizzata un’opera quanto più vicina possibile all’originale e tecnicamente funzionale, leggera e facilmente trasportabile sul set.

Senz’altro i ragazzi appresero così che il gusto estetico è sempre indispensabile, anche per fare una cosa semplice, come imbandire una tavola o presentare un piatto.

Con questa lezione catturai completamente l’attenzione degli studenti, e sono sicuro che quell’insegnamento rimarrà per sempre dentro di loro, perché penso che i ragazzi vadano stimolati con cose che sentono vicine e con le quali possono misurarsi, che suscitino il loro interesse, adottando metodi innovativi molto vicini al loro mondo, come le nuove tecnologie.

 

Quando insegni, giovane tra giovani, ti capita di essere scambiato per un alunno?

Sì, sì, mi succede … Ma lo vedo come un complimento, che mi fa apprezzare ancor di più la fortuna di poter insegnare alla mia età.

Anche se a volte è faticoso, porto avanti parallelamente tutte le attività che faccio: oltre all’insegnamento, perseguo sempre il mio filone artistico, che mi ha portato ad avere gli stessi intenti di Francesco de Falco, partecipare alle collettive e a Premi, essere inserito addirittura nelle loro commissioni giudicanti …

Seguo la bottega di famiglia, la LUC di Nocerino, la trentennale attività di mio padre che a sua volta ha rilevato da mio nonno ceselletore, dove ancora oggi portiamo avanti l’arte del bronzo con le sue numerose fasi di lavorazione. Utilizziamo tecniche antiche come quella della fusione a cera persa, del cesello, realizziamo restauri e lavoriamo con artisti importanti che si rivolgono a noi soprattutto perché insieme alle tecniche antiche, siamo sempre pronti a sperimentare anche nuove tecniche e materiali, come l’utilizzo delle resine, delle cere plastiche; una delle ultime collaborazioni che abbiamo avuto è stata quella di realizzare le statue per il nuovo museo delle cere “Le Muse”, occasione in cui ci siamo avvalsi della collaborazione del maestro Peppe Ciolli, scultore accademico, che considero una persona importante per la mia formazione artistica.

 

 

 

Dove trovi il tempo per fare tutte queste cose?

Non lo so: è stata dura, ma non mi sono mai fermato. Ho fatto cose su cose. Ho fatto sacrifici. Quando, ad esempio, ero impegnatissimo con la ri-creazione del Cristo, il mio amico regista mi chiese di realizzare altri pezzi necessari alle riprese: non volevo farli, ero troppo preso, ma ho rubato tempo al tempo e li ho fatti. Tanta fatica, è vero, ma oltre alla soddisfazione artistica collaborare a “Vitriol” mi ha fruttato l’attenzione della stampa, la notorietà, che si rinnova adesso con l’uscita del nuovo lavoro cinematografico di de Falco “La Voce del Sangue”, presentato appena pochi giorni fa al cinema Astra, cortometraggio incentrato sulla figura del Sammartino e la scultura del Cristo Velato.